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17/4/2003 Strasburgo Ric. 48145/99


By Andrea - Posted on 09 February 2009

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
PRIMA SEZIONE

CASO FABI c/ITALIA

(Ricorso nr. 48145/99)

DECISIONE

STRASBURGO

17 aprile 2003

La sentenza diverrà definitiva secondo le condizioni previste dall’art. 44 § 2 della Convenzione. Essa potrebbe essere suscettibile di revisione.

Nella causa Fabi c/ Italia,

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Prima Sezione) riunitasi nella Camera di Consiglio composta da:

Sig. C.L.Rozakis, Presidente,

Sig. G. Bonello,

Sig. P. Lorenzen,

Sig.ra N. Vajic,

Sig.ra S. Botoucharova.

Sig. V. Zagrebelsky

Sig.ra E. Steiner, giudice,

e Sig. S. Nielsen, Cancelliere Supplente di Sezione

Avendo deliberato in Camera di Consiglio il 27 marzo 2003, pronuncia la seguente sentenza, che è stata adottata nella predetta data:

PROCEDIMENTO

La causa ha tratto origine da un ricorso (nr. 48145/99) promosso ai sensi dell’Art. 34 della Convenzione per la Protezione dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (la “Convenzione”),da un cittadino italiano, Sig. Giuseppe Fabi (“Il ricorrente”),contro la Repubblica Italiana.
Il ricorrente era rappresentato dal Sig. A. Barbàra, esercitante la professione di avvocato in Roma. il Governo Italiano era rappresentato dal Sig. U. Leanza, e dai suoi successivi rappresentanti, rispettivamente Sig V. Esposito e Sig. F. Crisafulli.
Il ricorrente avanzava le proprie richieste ai sensi dell’art. 1 del Protocollo nr. 1 in quanto si era visto impedito nel ritornare in possesso del suo appartamento entro un ragionevole periodo di tempo. Invocando l’Art. 6 § 1 della convenzione, egli inoltre lamentava la lentezza della procedura di sfratto.
Il ricorso veniva trasmesso alla Seconda Sezione della Corte ( Norma nr. 52 § 1dei Ruoli della Corte). In quella Sezione, La Camera di Consiglio che avrebbe esaminato la causa (Articolo 27 § 1 della Convenzione) era costituita ai sensi dalla Norma 26 § 1 dei Ruoli della Corte.
Il 1° novembre 2001 la Corte mutava la composizione della propria sezione ( Norma 25 § 1). La presente causa veniva assegnata alla rinnovata composta Prima Sezione.
Il 27 giugno 2002 la Corte dichiarava ammissibile il ricorso.
IN FATTO
IL CASO DI SPECIE

Il ricorrente vive a Roma.
8.Il ricorrente è proprietario di un appartamento in Roma, che era stato concesso in locazione a A. M. S.

9.Con lettera raccomandata del 10 aprile 1987, il ricorrente comunicava all’inquilina la propria intenzione di porre fine al rapporto contrattuale allo spirare del termine del 31 dicembre 1987, chiedendole di lasciare l’appartamento per tale data.

10. Con atto notificato alla conduttrice il 14 ottobre 1987, il ricorrente reiterava la propria intenzione di porre fine al rapporto di locazione e la citava a comparire innanzi al Magistrato di Roma.

11.Con sentenza del 1° febbraio 1988, resa esecutiva il 22 aprile 1988, il magistrato romano convalidava la licenza per finita locazione e disponeva che l’immobile dovesse essere rilasciato per la data del 1° febbraio 1989.

Il 24 maggio 1989 il ricorrente notificava all’inquilina un atto di precetto di rilascio dell’immobile.
Il 18 luglio 1989 egli notificava all’inquilina un atto contenente l’avviso che la sentenza di sfratto sarebbe stata eseguita da un ufficiale giudiziario il 25 luglio 1989.
Tra il 25 luglio 1989 ed il 10 dicembre 1998 l’Ufficiale Giudiziario eseguiva quattordici accessi per tentare l’immissione in possesso dell’immobile. Ogni accesso risultava infruttuoso e, a causa della disposizione legislativa che aveva introdotto la graduazione degli sfratti, al ricorrente non veniva riconosciuto il diritto all’assistenza della Forza Pubblica nell’esecuzione forzosa dello sfratto.
Entrato poi in vigore l’art. 6 della Legge nr. 431/98, le procedure di sfratto vennero sospese sino al 30 novembre 2000.
l’11 ottobre 2000, il ricorrente notificava all’inquilina un secondo precetto di rilascio dell’appartamento.
Il 3 novembre 2000, egli notificava all’inquilina un atto contenente l’avviso che il provvedimento di sfratto sarebbe stato eseguito da un Ufficiale Giudiziario il 28 novembre 2000.
Nel febbraio del 2001 l’inquilina rilasciava l’appartamento.
II. II DIRITTO INTERNO VIGENTE

Il vigente diritto interno è illustrato nella sentenza della Corte relativa alla causa Immobiliare Saffi c/Italia (GC) nr. 22774/93 §§ 18-35, ECHR 1999-V.
IN DIRITTO
I. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ART 1 DEL PRIMO PROTOCOLLO E DELL’ ART. 6 § 1 DELLA CONVENZIONE

20. Il ricorrente ha lamentato di essere stato impossibilitato nel rientrare in possesso del proprio appartamento entro un ragionevole periodo di tempo a causa della mancata assistenza della forza pubblica. Egli assumeva una violazione dell’Articolo 1 del Protocollo nr. 1 delle convenzione che dispone:

“Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Le precedenti disposizioni non potranno mai, comunque, in ogni caso impedire il diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende” .

Il ricorrente ha inoltre lamentato una violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione, la cui parte rilevante dispone:
“Nella determinazione dei propri diritti e doveri civili …ogni persona ha diritto ad…Essere giudicato da un tribunale entro un ragionevole termine…”.

La Corte, in diverse precedenti occasioni, ha deciso su questioni analoghe già sollevate ed ha rinvenuto una violazione dell’art.1 del Protocollo nr. 1 e dell’Art. 6 § 1 della Convenzione (vedi Immobiliare Saffi, succitata, §§ 46-66; Lunari c/ Italia, nr. 21463/93, 11 gennaio 2001, §§ 34-46; Palombo c/ Italia, nr. 15919/89, 30 novembre 2000, §§ 33-47).
La Corte ha esaminato il presente caso e ritiene che non vi siano fatti od argomenti, così come avanzati dal Governo Italiano, che potrebbero condurre ad una differente conclusione in questa causa. La Corte fa rimando alle proprie dettagliate motivazioni esposte nelle sopraccitate cause e rileva che in questo caso il ricorrente ha dovuto attendere undici anni e sette mesi prima di poter rientrare in possesso dell’appartamento.
Conseguentemente, in questo caso si è verificata una violazione dell’Art. 1 del Protocollo nr. 1 e dell’Art. 6§ 1 della Convenzione.

II. APPLICAZIONE DELL’ART. 41 DELLA CONVENZIONE

L’art. 41 della Convenzione dispone che:
“Se la Corte riscontra che vi sia stata una violazione della Convenzione o del relativo Protocollo, e se il diritto interno dell’Alta Parte Contraente (Italia n.d.r.) riconosce solo un parziale risarcimento, la Corte potrà, se necessario, attribuire un giusto risarcimento alla parte offesa”.

Danno non economico (danno morale n.d.r.).
25. Il ricorrente chiedeva Lire 25.000.000 per danno non economico (danni morali n.d.r.) (Euro 12.911,42).

26. Il Governo evidenziava che il semplice riconoscimento di una violazione già di per se stesso avrebbe costituito un equo risarcimento. Il Governo eccepiva che il ricorrente non aveva prodotto a sostegno della pretesa violazione prove del danno morale.

27. La Corte ritiene che il ricorrente debba aver subito un determinato danno morale, e che esso non possa essere adeguatamente ristorato col semplice riconoscimento di una violazione. Pertanto, la Corte dispone, su basi equitative, a proprio giudizio, un risarcimento di 3.000 Euro.

B. Costi e spese.

28. Il ricorrente richiedeva il rimborso delle proprie spese legali per la causa promossa innanzi la Corte, che egli quantificava in Lire 8.422.650 (Euro 4.349,94).

29.Facendo riferimento ai casi giudiziari già affrontati dalla Corte, un risarcimento inerente ai costi ed alle spese processuali può essere riconosciuto solo nella misura in cui esse siano state effettivamente e necessariamente sostenute dal ricorrente e siano ragionevoli nel loro ammontare (vedi, per esempio, Bottazzi c/ Italia (GC) nr. 34884/97 ECHR 1999-V,§ 30). Nella presente causa, sulla base delle informazioni in proprio possesso e dei summenzionati criteri, la Corte ritiene che 1.000 Euro rappresentino una somma ragionevole e riconosce al ricorrente tale importo.

C. Interessi per inadempimento.

30. La Corte ritiene che gli interessi per inadempimento debbano essere rapportati al tasso marginale d’interesse della Banca Centrale Europea aumentato del tre per cento.

PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE ALL’UNANIMITA’

Ritiene che vi sia stata una violazione dell’Articolo 1 del Protocollo nr. 1 della Convenzione;
Ritiene che vi sia stata una violazione dell’Art. 6 § 1 della Convenzione;
Dispone
(a) che lo Stato convenuto debba pagare al ricorrente, entro tre mesi dalla data nella quale il giudizio diventi definitivo ai sensi dell’art. 44 § 2 della Convenzione, le seguenti somme:

(i) 3.000 Euro (tremila euro) per danno morale;

(ii) 1.000 Euro (mille euro) per spese legali.

(b) che dallo spirare dei summenzionati tre mesi e sino al soddisfo, sulle predette somme dovranno essere corrisposti gli interessi semplici corrispondenti al tasso marginale d’interesse della Banca Centrale Europea in vigore durante il periodo d’inadempimento, maggiorati della percentuale di tre punti.

Rigetta la domanda di ulteriori somme richieste dal ricorrente a titolo equitativo.
Redatto in Inglese e notificato per iscritto il 17 aprile 2003, ai sensi della Norma 77 §§ 2 e 3 dei Ruoli della Corte.

Soren NIELSEN Christos ROZAKIS
Cancelliere Supplente Presidente

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